Processo al cioccolato
Sono certo che sanno bene cosa intendo tutti i malati di cioccolatomania, i cacaodipendenti del mondo, che trovano nei paradisi artificiali del loro fornitore di fiducia la risposta al mal di vivere che ci attanaglia. Ti alzi presto la mattina e ti getti nel caos del traffico per raggiungere un capufficio bisbetico che non fa altro che torturarti una intera giornata. Torni a casa e tua moglie ti ragguaglia su tutte le noie procurate dai figli, gli euro non bastano più per arrivare alla fine del mese e anche il cane ti ringhia se lo inviti a liberare la tua poltrona preferita. Ma, dopo l’ennesima busta di minestrone precotto e surgelato, i bastoncini di pesce giapponese e la pera che si taglia con la sega circolare, finalmente arriva il momento magico nel quale si stemperano tutte le tensioni della giornata, quando ti senti come un mandarino cinese nella fumeria d’oppio più esclusiva di tutto il Celeste Impero. Davanti alla televisione scarti un cioccolatino, o la barretta, meglio ancora se sgranocchi una mattonella dura e compatta di extrabitter, magari con un goccio di rum invecchiato, e anche le interviste di Marzullo diventano acute e divertenti. Miracoli del cioccolato, vero, unico, insostituibile dono che il Centroamerica ci ha regalato insieme a Lola Falana e a compensazione di Fidel Castro.
Nessuna pietà dunque per quel simulacro immondo che si vuol insinuare nei nostri piaceri senza meriti e diritti, come una aranciata in una bottiglia di barolo. Mi aspetto una condanna dura, esemplare, senza possibilità di appello o Cassazione. Neppure Biscardi, nel suo processo, azzarderebbe una assoluzione.


