Processo al cioccolato

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Dagli avvocati ci si può aspettare di tutto, ma ci sono cose che devono andare ben al di là dell’etica e della deontologia professionale, di fronte alle quali  anche la loro coscienza  si deve arrendere e riconoscere l’impossibilità di architettare la più contorta delle strategie difensive. Ed è così che spero si sia comportato il collegio di difesa che ha patrocinato nei giorni scorsi nell’Aula Magna dell’ateneo pavese l’accusato più spregevole che abbia preso posto alla sbarra di un tribunale italiano: l’altro cioccolato, cioè  quel ripugnante surrogato che del cibo degli dei conserva solo l’aspetto esteriore, ma che ne ha perso l’anima e la più intima essenza, e non certo per averla venduta al diavolo, chè neppur messer Belzebù in persona si accontenterebbe, pur goloso com’è. Inutile chiarire che, personalmente, sono assolutamente favorevole alla giustizia sommaria del Far West: il ramo più alto dell’albero appena fuori dal paese, un nodo scorsoio ben insaponato e giustizia è fatta. Nemmeno Amnesty International avrebbe qualcosa a ridire, e arrivo a pensare che neppure in Parlamento si troverebbe qualcuno disposto a insorgere contro la giustizia forcaiola.
Sono certo che sanno bene cosa intendo tutti i malati di cioccolatomania, i cacaodipendenti del mondo, che trovano nei paradisi artificiali del loro fornitore di fiducia la risposta al mal di vivere che ci attanaglia. Ti alzi presto la mattina e ti getti nel caos del traffico per raggiungere un capufficio bisbetico che non fa altro che torturarti una intera giornata. Torni a casa e tua moglie ti ragguaglia su tutte le noie procurate dai figli, gli euro non bastano più per arrivare alla fine del mese e anche il cane ti ringhia se lo inviti a liberare la tua poltrona preferita. Ma, dopo l’ennesima busta di minestrone precotto e surgelato, i bastoncini di pesce giapponese e la pera che si taglia con la sega circolare, finalmente arriva il momento magico nel quale si stemperano tutte le tensioni della giornata, quando ti senti come un mandarino cinese nella fumeria d’oppio più esclusiva di tutto il Celeste Impero. Davanti alla televisione scarti un cioccolatino, o la barretta, meglio ancora se sgranocchi una mattonella dura e compatta di extrabitter, magari con un goccio di rum invecchiato, e anche le interviste di Marzullo diventano acute e divertenti. Miracoli del cioccolato, vero, unico, insostituibile dono che il Centroamerica ci ha regalato insieme a Lola Falana e a compensazione di  Fidel Castro.
Nessuna pietà  dunque per quel simulacro immondo che si vuol insinuare nei nostri piaceri senza meriti e diritti, come una aranciata in una bottiglia di barolo. Mi aspetto una condanna dura, esemplare, senza possibilità di appello o Cassazione. Neppure Biscardi, nel suo processo, azzarderebbe una assoluzione.